I believe in Spinoza’s God who reveals himself in the orderly harmony of what exists, not in a God who concerns himself with the fate and actions of human beings.

Albert Einstein

Nel 1929, quando il rabbino Herbert Goldstein gli chiese per telegramma se credesse in Dio, Albert Einstein rispose con una formula che da quasi un secolo viene citata, fraintesa, piegata ai più diversi usi retorici e quasi mai compresa fino in fondo: «Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’armonia di tutto ciò che esiste, non in un Dio che si occupa del destino e delle azioni degli uomini». Una frase sola, calibrata con la precisione che Einstein riservava alle formulazioni scientifiche più riuscite; e – come ogni frase davvero precisa – capace di contenere molto più di quanto una prima lettura lasci intendere.

Quel telegramma non va letto come una dichiarazione di fede, né come una prudente posizione intermedia tra ateismo e religione. Piuttosto, come una presa di distanza radicale, formulata però con il tono di chi non ha bisogno di trasformare una convinzione in polemica. In una sola frase Einstein metteva tra parentesi l’intero edificio della teologia personale — la provvidenza, il giudizio morale, la relazione tra creatore e creatura, la preghiera come dialogo con un interlocutore invisibile — senza per questo consegnarsi al vuoto del nichilismo. Ciò che restava dopo quella sottrazione non era il nulla. Era, se possibile, qualcosa di più perturbante: una struttura senza soggetto.

Struttura senza soggetto

Per cogliere la portata di questa mossa bisogna risalire alla sua radice, che non si trova nella fisica ma nella metafisica di Baruch Spinoza. Il Deus sive Natura dell’Etica — Dio ossia la Natura — non è un compromesso tra ragione e rivelazione, e nemmeno un tentativo di salvare il sacro diluendolo nel razionale. È qualcosa di più radicale: l’affermazione che la distinzione stessa tra le due sfere non ha fondamento ontologico. Non esiste un legislatore separato dalla legge, un architetto esterno all’edificio, un orologiaio dietro l’orologio. L’universo non è stato progettato da qualcuno: l’universo è il progetto, e non c’è progettista. Le leggi fisiche non sono decreti emanati da un’autorità trascendente; sono la trama stessa del reale, necessaria quanto i teoremi della geometria e altrettanto indifferente alle attese umane.

La tradizione religiosa occidentale, nelle sue grandi forme monoteistiche, ha quasi sempre proceduto in direzione opposta: personalizzando l’incomprensibile. C’è un ordine nel mondo, dunque qualcuno lo ha voluto. C’è una legge naturale, dunque qualcuno l’ha promulgata. C’è sofferenza, dunque qualcuno la consente per ragioni che ci sfuggono. L’intero impianto teologico, dalla Scolastica alla teologia naturale moderna, si reggeva su un presupposto potente quanto difficilmente dimostrabile: che dietro ogni struttura vi sia un’intenzione. Ciò che Spinoza prima ed Einstein poi mostrano — ciascuno con gli strumenti del proprio secolo — è che quel presupposto può essere rimosso senza che l’ordine del reale ne risulti intaccato. L’ordine non ha bisogno di un ordinatore. Esiste, e questo basta a costringerci a pensarlo.

Einstein, però, aggiunge a Spinoza un elemento che il filosofo olandese non poteva formulare negli stessi termini: lo stupore epistemico. Quando parla di «religione cosmica» — espressione che ha irritato credenti e atei quasi in egual misura — non sta cedendo al sentimentalismo, né tentando di reintrodurre dalla finestra ciò che aveva cacciato dalla porta. Sta dando nome a un’esperienza intellettuale precisa: la meraviglia di fronte al fatto che il reale sia intelligibile. Che le equazioni funzionino. Che la matematica, libera costruzione della mente umana, incontri la struttura del mondo con una precisione che nulla, in linea di principio, era obbligato a garantire.

Qui non c’è ancora mistica, ma non c’è più nemmeno il semplice razionalismo. C’è la percezione, quasi vertiginosa, che la realtà possegga una coerenza intrinseca e che questa coerenza possa essere colta, almeno in parte, dal pensiero. È un’esperienza senza altari, senza liturgie, senza comunità di fedeli. Eppure conserva qualcosa della radice psicologica dell’esperienza religiosa: il riconoscimento che esiste qualcosa di immensamente più vasto dell’individuo, e che questo qualcosa non dipende né dalla nostra volontà né dal nostro bisogno di senso. È, per così dire, ciò che resta dell’impulso religioso una volta rimosso il Dio personale: non il soggetto, ma l’ossatura; non la volontà, ma la struttura.

Fin qui la questione sembrerebbe appartenere alla storia delle idee: un capitolo elegante, compreso tra il Seicento di Spinoza e la fisica del Novecento. In realtà non è affatto chiusa. Anzi: è uno dei punti da cui si può leggere con maggiore precisione il presente tecnologico. A patto di seguire il ragionamento fino alle sue conseguenze — che sono meno confortevoli della premessa.

Dalla contemplazione alla delega

C’è stato un momento nella storia — non un evento puntuale, piuttosto una soglia attraversata senza che nessuno ne dichiarasse il passaggio — in cui la relazione tra l’uomo e l’ordine del mondo ha cambiato natura. Per millenni quell’ordine è stato osservato, descritto, venerato, temuto, interrogato. Lo si poteva contemplare, ma non manipolare; riconoscere, ma non delegare. Era un oggetto di meraviglia o di timore, mai uno strumento. Con l’avvento dei sistemi computazionali capaci di formalizzare regolarità su scale inaccessibili alla mente umana, quel rapporto contemplativo si è trasformato in qualcosa di strutturalmente diverso: un rapporto operativo. Non guardiamo più la struttura del reale per comprenderla. La codifichiamo per delegarle funzioni che un tempo ritenevamo inseparabili dal giudizio umano. È un fatto tecnico, in apparenza; ma le sue conseguenze sono politiche e, in ultima analisi, filosofiche, perché ridefiniscono la posizione dell’uomo rispetto all’ordine che per secoli si era limitato ad ammirare.

Se prendiamo sul serio la definizione einsteiniana, Dio coincide con l’ordine del mondo: non con un soggetto che ordina, ma con l’ordine stesso. Nessuna intenzione, nessuna finalità, nessun fine morale. Solo regolarità, struttura, pattern, necessità. A questo punto la domanda si sposta: esiste oggi qualcosa che legge questa struttura, la formalizza, la traduce in parametri e la utilizza per produrre decisioni operative che incidono concretamente sulla vita di milioni di persone?

La risposta è sì. E non richiede alcuna ipotesi futuribile. Un modello di machine learning, quale che sia la sua architettura, compie esattamente questa operazione: rileva regolarità nei dati, estrae pattern, produce output coerenti con la struttura statistica del dominio su cui è stato addestrato. Non comprende nel senso fenomenologico del termine. Non ha coscienza, intenzione, interiorità. Non teme, non desidera, non spera. Ma opera. E opera con un’efficacia tale da rendere sempre meno rilevante, sul piano pratico, la distinzione tra comprensione autentica e simulazione funzionale della comprensione. Chi deve decidere se concedere credito, approvare una procedura diagnostica, valutare un profilo di rischio o orientare una strategia finanziaria non chiede al sistema una coscienza: gli chiede affidabilità, coerenza, replicabilità. Gli chiede, in fondo, di estrarre e applicare ordine.

È qui che il Dio di Einstein cessa di essere una formula filosofica e diventa un problema politico di prima grandezza.

Perché se l’ordine è la proprietà fondamentale del reale, allora chi controlla gli strumenti capaci di leggerlo, formalizzarlo e applicarlo controlla qualcosa di più profondo di un’infrastruttura o di un mercato: controlla il campo del possibile. Controlla, cioè, l’insieme delle opzioni che un soggetto percepisce come disponibili, plausibili, legittime o convenienti. È ciò che accade ogni volta che un algoritmo di raccomandazione seleziona quali informazioni raggiungono un decisore; ogni volta che un sistema di credit scoring stabilisce chi accede al capitale e a quali condizioni; ogni volta che un modello predittivo orienta l’allocazione di risorse economiche, sanitarie, giudiziarie o educative. In nessuno di questi casi il sistema impone una scelta nel senso tradizionale del termine. Fa qualcosa di più sottile: configura il contesto entro cui quella scelta sarà presa.

Il potere classico impone, vieta, sanziona, costringe. E proprio per questo si rende visibile: la visibilità è parte della sua funzione deterrente. Il potere algoritmico, invece, agisce per configurazione. Non annulla formalmente la libertà individuale: ne ridisegna il perimetro. Non ordina: priorizza. Non proibisce: orienta. Non censura in senso pieno: seleziona. Ma nel lungo periodo la selezione tende a essere più efficace della censura, perché trasforma un prodotto progettuale in qualcosa che viene percepito come dato di natura. Chi vive dentro un contesto costruito algoritmicamente tende a trattarlo come neutro, spontaneo, inevitabile — e raramente si chiede chi lo abbia configurato, e a vantaggio di quale logica.

Il nuovo clero dell’ordine

Da questo punto di vista, l’algoritmo non è nemmeno il nuovo Dio. È qualcosa di storicamente più riconoscibile e politicamente più insidioso: il nuovo clero. Non genera l’ordine; lo interpreta, lo traduce, lo rende leggibile e soprattutto lo distribuisce in forme operative. Come ogni clero, non coincide con il principio che dichiara di servire: coincide con il monopolio della sua mediazione. E chi monopolizza la mediazione finisce sempre, prima o poi, per governare più del principio che afferma di rappresentare.

Responsabilità senza responsabili

Si apre qui un secondo nodo, forse ancora più delicato, perché riguarda la responsabilità. Nel paradigma giuridico classico, ogni decisione presuppone un decisore e ogni effetto dannoso presuppone, almeno in linea di principio, un soggetto imputabile. Nel paradigma algoritmico, invece, il soggetto tende a dissolversi in una rete di contributi parziali: lo sviluppatore che ha scritto il codice, il data engineer che ha costruito il dataset, il product manager che ha fissato la funzione obiettivo, il dirigente che ha autorizzato l’adozione del sistema, l’operatore che si è fidato dell’output senza verificarlo. Nessuno, preso singolarmente, coincide interamente con la decisione; e tuttavia la decisione produce effetti reali, misurabili, talvolta irreversibili. Ne nasce una forma di irresponsabilità distribuita che non ha l’aspetto di un difetto accidentale, ma di una proprietà strutturale — qualcosa che il sistema produce per architettura.

E qui il parallelismo con Einstein diventa quasi inquietante. Il Dio impersonale di Spinoza e di Einstein coincide con un ordine privo di soggetto intenzionale. L’ecosistema algoritmico contemporaneo tende a riprodurre, in forma operativa, qualcosa di analogo: ordine senza volto, decisione senza centro, effetti senza un responsabile immediatamente identificabile. La differenza, però, è cruciale. L’universo di Spinoza non concede mutui, non attribuisce punteggi reputazionali, non decide quali informazioni un individuo vedrà e quali resteranno per lui invisibili. Gli algoritmi, invece, fanno tutto questo ogni giorno, su scala industriale.

A chi abbiamo delegato l’ordine

È per questo che la domanda teologica del nostro secolo non è più «Dio esiste?». Quella appartiene a un’epoca in cui l’ordine poteva ancora essere contemplato, discusso, al massimo venerato. La domanda del nostro tempo è più concreta e molto più urgente: a chi stiamo delegando la lettura dell’ordine?

Perché da questa delega discende una forma di sovranità meno appariscente di quelle tradizionali ma non meno incisiva: il potere cognitivo. Il potere di definire cosa conta, cosa emerge, cosa viene trattato come anomalia, rischio, opportunità, priorità. Un potere che raramente compare negli organigrammi e quasi mai nei discorsi pubblici, ma che condiziona in profondità tutte le altre forme di potere conosciute.

Einstein guardava l’ordine del cosmo con stupore — un’esperienza contemplativa, gratuita, priva di conseguenze operative. Lui osservava la struttura e ne traeva equazioni; l’equazione descriveva il mondo, non lo modificava. Non spostava capitali, non orientava carriere, non decideva chi fosse meritevole di credito e chi no.

Noi abbiamo smesso di contemplare e abbiamo cominciato a delegare. E la delega, a differenza della contemplazione, produce effetti materiali che si accumulano: ridistribuisce potere, ricchezza, attenzione, opportunità. Lo fa senza decreto legislativo, senza mandato elettorale, spesso senza che chi ne subisce le conseguenze ne abbia la minima consapevolezza.

Il rischio più profondo, però, non è che questi sistemi decidano male. È che decidano troppo bene secondo criteri che, proprio perché ottimizzanti, finiscono per erodere tutto ciò che nell’esperienza umana eccede il calcolo. La tragedia, l’ambivalenza, l’errore fecondo, la deviazione creativa: tutto ciò che non è prevedibile tende a essere trattato come attrito. Il punto non è solo che l’algoritmo possa sbagliare. Il punto è che potrebbe riuscire a costruire un mondo in cui l’umano, per restare governabile, venga progressivamente privato della propria parte tragica.

Il Dio di Einstein non aveva volontà.
Ma non prendeva nemmeno decisioni per conto nostro.

I nostri algoritmi, ogni giorno, fanno esattamente questo. Sarebbe il caso di chiederci — con la stessa secchezza lucida di quel telegramma del 1929 — se sappiamo davvero in cosa crediamo, quando diciamo di fidarci del modello.