Nelle presentazioni ai limited partner, nei dossier delle investment bank e nei comunicati delle piattaforme blockchain, la tokenizzazione degli asset reali viene descritta come una trasformazione imminente e inevitabile: immobili, crediti, infrastrutture, fondi di private equity, materie prime — tutto diventa frazionabile, trasferibile e liquidabile in tempo reale su protocolli distribuiti. Il mercato potenziale viene quantificato in decine di trilioni di dollari. I casi d’uso si moltiplicano. I pilot si susseguono.

Eppure la tokenizzazione, fuori dai laboratori e dai mercati primari controllati, non ha ancora prodotto mercati secondari liquidi, profondi e autonomi per gli asset reali. Non per limiti tecnologici — la tecnologia funziona — ma per una serie di frizioni strutturali che quasi nessuna analisi mainstream affronta con la profondità che meritano.

Il problema non è nel protocollo. È nell’asset sottostante, nella sua struttura giuridica, nel regime fiscale che lo governa e nella distanza — spesso abissale — tra la rappresentazione digitale e i diritti reali che quella rappresentazione dovrebbe incorporare.


La tesi

La tokenizzazione non fallisce per limiti tecnologici. Fallisce — o rimane confinata a mercati primari chiusi e controllati — perché l’asset sottostante è analogico in senso giuridico, fiscale e istituzionale. Un token su blockchain può essere trasferito in secondi tra controparti globali. Il diritto di proprietà, il credito ipotecario, la quota di un fondo, la concessione infrastrutturale che quel token dovrebbe rappresentare richiedono processi di trasferimento che operano su tempi, costi e giurisdizioni radicalmente diversi.

Finché questa distanza non viene colmata — non tecnologicamente, ma giuridicamente e fiscalmente — la tokenizzazione rimane uno strumento di efficienza operativa per mercati primari chiusi, non una rivoluzione dell’architettura del capitale.


Primo problema: la natura giuridica del token

La domanda fondamentale — cosa rappresenta esattamente un token che dice di rappresentare un asset reale? — non ha ancora una risposta uniforme in nessuna giurisdizione rilevante.

Esistono almeno quattro strutture giuridiche possibili, con implicazioni radicalmente diverse per il detentore:

Proprietà diretta frazionata. Il token incorpora direttamente un diritto reale sull’asset sottostante. È la struttura concettualmente più pulita, ma giuridicamente la più complessa: richiede che il diritto reale sia trasferibile per via digitale, che il registro fondiario o il registro equivalente riconosca il trasferimento on-chain come valido, e che la frammentazione del diritto di proprietà sia consentita dall’ordinamento. In Italia, come nella maggior parte degli ordinamenti continentali, nessuna di queste condizioni è soddisfatta per la proprietà immobiliare.

Partecipazione in un veicolo che detiene l’asset. Il token rappresenta una quota di una SPV (Special Purpose Vehicle) che detiene l’asset. È la struttura più diffusa nei pilot istituzionali. Tecnicamente funziona, ma introduce un livello di intermediazione che riduce significativamente il valore proposto dalla tokenizzazione: l’investitore non detiene l’asset, detiene una partecipazione in una società che detiene l’asset. Il trasferimento del token trasferisce la quota societaria, non l’asset. Le implicazioni in termini di diritti, governance, liquidazione e trattamento in caso di insolvenza del veicolo sono profondamente diverse da quelle di una proprietà diretta.

Diritto contrattuale su rendimenti o cash flow. Il token non rappresenta proprietà né partecipazione societaria, ma un diritto contrattuale a ricevere una quota dei flussi di cassa generati dall’asset. È una struttura più flessibile, ma che in molte giurisdizioni configura uno strumento finanziario soggetto a piena regolamentazione (MiFID II in Europa), con obblighi di prospetto, autorizzazioni distributive e restrizioni all’investitore retail.

Rappresentazione pura senza diritto incorporato. Il token è un certificato digitale che attesta la proprietà registrata altrove — nel catasto, nel registro delle imprese, in un custode istituzionale. È la struttura più fragile dal punto di vista dell’autonomia del detentore: il diritto reale dipende dal sistema off-chain, e il token è solo uno strumento di tracking, non di ownership.

Questa ambiguità strutturale non è un problema tecnologico risolvibile con un aggiornamento del protocollo. È un problema di diritto civile, diritto commerciale e diritto dei mercati finanziari che richiede interventi legislativi coordinati a livello nazionale e — per il mercato europeo — sovranazionale.

Strutture giuridiche del token per asset reali — confronto per investitore istituzionale
StrutturaRobustezza diritto realeComplessità fiscaleLiquidità secondariaEnforcement in default
Proprietà diretta frazionataMassima — diritto reale direttoAlta — trasferimento come atto notarile in molti ordinamentiBassa — registri pubblici lenti, non armonizzatiDiretta — titolo azionabile in sede civile
Quota SPV (veicolo societario)Media — dipende dalla struttura del veicoloMedia — regime quote societarie, PEX dove applicabileMedia — dipende da statuto SPV e accordi parasocialiIndiretta — via insolvenza del veicolo
Diritto contrattuale su cash flowBassa — nessun diritto reale sull’assetMedia — regime strumenti finanziari (MiFID II)Media — dipende da profondità del mercato regolatoComplessa — foro contrattuale, diritto applicabile incerto
Rappresentazione pura (certificato digitale)Nulla — diritto registrato off-chainVariabile — dipende dalla classificazione del tokenMolto bassa — token senza diritto autonomoAssente — nessun titolo autonomo azionabile
Vantaggio strutturale Neutro / condizionale Fragilità / rischio

Elaborazione Calvi & Partners. Analisi riferita al quadro giuridico europeo continentale; valutazioni possono variare significativamente per giurisdizioni di common law o mercati con normativa blockchain specifica (es. Lussemburgo, Malta, UAE).


Secondo problema: la fiscalità non armonizzata

Anche assumendo che la struttura giuridica sia risolta, il trattamento fiscale della tokenizzazione degli asset reali rimane un campo minato che rende non economica una parte rilevante delle transazioni potenziali.

Il trasferimento del token genera un evento fiscale? Nella maggior parte degli ordinamenti, la risposta dipende dalla struttura giuridica adottata. Se il token rappresenta una quota societaria, il trasferimento è una cessione di partecipazione, con le relative implicazioni su plusvalenze, ritenute, esenzioni PEX dove applicabili. Se rappresenta un diritto reale immobiliare, potrebbe configurare un trasferimento di proprietà con imposta di registro, ipotecaria e catastale. Se è uno strumento finanziario, si applicano le regole sui capital gain finanziari. Se è una crypto-asset non classificata, si applica il regime — ancora in evoluzione — delle criptoattività.

Il problema della multi-giurisdizionalità. La tokenizzazione promette mercati secondari globali. Ma un asset immobiliare italiano tokenizzato e trasferito da un investitore tedesco a uno singaporiano attraverso una piattaforma registrata alle Cayman solleva simultaneamente questioni di fiscalità italiana (asset sottostante), tedesca (cedente), singaporiana (acquirente) e potenzialmente cayman (piattaforma). Nessun framework fiscale internazionale esistente è attrezzato per gestire questa catena in modo coerente, rapido ed economico. Il risultato è incertezza fiscale — che si traduce in costo del capitale aggiuntivo per qualsiasi struttura seria.

IVA e tokenizzazione dei servizi reali. Per asset che generano reddito operativo — immobili commerciali, infrastrutture, crediti commerciali — la catena IVA tra il detentore dell’asset, il veicolo, la piattaforma e l’investitore finale può generare costi fiscali significativi che erodono il rendimento netto. In assenza di ruling preventivi o safe harbor normativi, il rischio fiscale residuo rende non bancabile molte strutture di tokenizzazione che sarebbero altrimenti efficienti.

Le plusvalenze sui token in Europa post-MiCA. MiCA regola i crypto-asset ma non risolve la questione del trattamento fiscale delle plusvalenze realizzate sui token che rappresentano asset reali. In Italia, il D.Lgs. 142/2024 ha introdotto un regime fiscale per le criptoattività, ma la classificazione dei token di asset reali in questo regime rimane ambigua. Il rischio è la doppia tassazione: sulla plusvalenza del token e sull’asset sottostante.


Terzo problema: la custodia legale e il rischio di controparte

La custodia degli asset digitali — chi detiene le chiavi private, in quale qualità giuridica, con quale responsabilità — è un problema irrisolto che il mercato istituzionale della tokenizzazione tende a sottovalutare.

Per un asset finanziario tradizionale — un’obbligazione, un’azione — la catena di custodia è regolata da decenni di diritto finanziario: depositari centrali, banche depositarie, sub-custodi, con responsabilità chiare e assicurate a ciascun livello. Per un token che rappresenta un asset reale, questa catena non esiste in forma consolidata.

Se il custode delle chiavi private fallisce, chi detiene l’asset? Se la piattaforma che gestisce il registro dei token viene hackerata o chiude, come vengono protetti i diritti dei detentori? Se un fork del protocollo produce due versioni del token, quale è quella valida? Se lo smart contract che governa i diritti del token contiene un bug, chi risponde e con quale strumento giuridico?

Queste non sono domande teoriche. Sono domande che qualsiasi CFO responsabile deve saper rispondere prima di autorizzare un investimento in asset tokenizzati. E nella maggior parte dei casi, le risposte non sono disponibili in forma soddisfacente.

Il mercato istituzionale ha affrontato parzialmente questo problema attraverso la custodia qualificata: operatori regolati — banche, SIM, intermediari autorizzati — che offrono servizi di custodia di asset digitali con le garanzie patrimoniali e regolamentari equivalenti a quelle dei custodi tradizionali. Ma questo introduce nuovamente un livello di intermediazione istituzionale che riduce l’autonomia e la liquidità globale del token, avvicinando la tokenizzazione a un sistema di registro elettronico piuttosto che a un mercato aperto.

Due diligence istituzionale per asset tokenizzati — domande chiave e red flag
AreaDomanda chiaveRed flag se assentePriorità
Struttura giuridica Il token incorpora un diritto reale diretto, una quota societaria o un diritto contrattuale? Documentazione giuridica vaga o assente sulla natura del tokenImpossibilità di determinare il perimetro dei diritti del detentoreCRITICA
Enforcement Qual è il percorso di enforcement in caso di default dell’emittente? In quale foro? Con quale diritto applicabile? Nessun parere legale specifico sulla giurisdizione dell’assetDiritto del detentore non azionabile senza costosa lite internazionaleCRITICA
Fiscalità Esiste un ruling fiscale o una posizione documentata dell’autorità competente sul trattamento del token transfer nella giurisdizione dell’investitore? Solo pareri di parte; nessun ruling preventivoRischio di doppia tassazione o riclassificazione retroattivaALTA
Custodia Il custode delle chiavi private è un operatore regolato? Con quale copertura patrimoniale in caso di insolvenza o hack? Custodia self-hosted o presso soggetti non regolatiPerdita irreversibile dell’asset in caso di evento operativo del custodeALTA
Liquidità Qual è lo spread bid-ask osservato nelle ultime 90 sessioni? Chi sono i market maker e con quale commitment? Nessun dato storico di transazioni secondarie realiLiquidità dichiarata non verificabile; rischio di illiquidità al momento dell’exitALTA
Default testing La struttura ha attraversato scenari di default reali (non simulazioni)? Esiste giurisprudenza rilevante nella giurisdizione dell’asset? Struttura mai testata; nessun precedente giudiziarioFragilità strutturale non visibile fino al primo stress eventMEDIA

Elaborazione Calvi & Partners. Checklist indicativa per investitori istituzionali nella fase di due diligence su strutture di tokenizzazione di asset reali. Non costituisce parere legale o fiscale.


Quarto problema: la liquidità del mercato secondario

La promessa centrale della tokenizzazione agli investitori istituzionali è la liquidità: asset tradizionalmente illiquidi — immobili, infrastrutture, private equity — diventano negoziabili in tempo reale su mercati secondari aperti.

Questa promessa è strutturalmente difficile da mantenere per una serie di ragioni che non hanno nulla a che fare con la tecnologia.

La liquidità richiede profondità di mercato. Un token può essere tecnicamente trasferibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, in tutto il mondo. Ma se non c’è un acquirente disposto a comprare al prezzo del venditore, la liquidità è un’illusione. La profondità di mercato richiede massa critica di investitori, trasparenza dei prezzi, meccanismi di price discovery credibili e — fondamentale — fiducia nel diritto sottostante. Nessuna di queste condizioni è garantita dalla tecnologia.

La frammentazione regolatoria frammenta la liquidità. Un token di asset reale registrato come strumento finanziario in Europa non può essere venduto liberamente a investitori americani (SEC), asiatici (MAS, FSC) o di paesi emergenti senza soddisfare i requisiti regolatori di ciascuna giurisdizione. Il risultato è che i mercati secondari per asset tokenizzati tendono ad essere geograficamente segmentati — riducendo drasticamente la profondità e la liquidità che la tecnologia promette.

Il problema del prezzo dell’asset sottostante. Per un titolo azionario quotato, il prezzo del token è trivialmente derivabile dal prezzo del titolo. Per un immobile commerciale, un credito NPL, una quota di fondo di private equity, il prezzo dell’asset sottostante è opaco, poco frequente e costoso da determinare. Senza un meccanismo affidabile di price discovery per l’asset sottostante, il token non può avere un prezzo credibile nel mercato secondario.


Quinto problema: l’enforcement in caso di default

Il test definitivo di qualsiasi struttura di investimento è cosa succede quando qualcosa va storto. Per la tokenizzazione degli asset reali, gli scenari di default rivelano fragilità strutturali che i pitch book raramente discutono.

Se il debitore che ha tokenizzato un portafoglio di crediti commerciali non paga, chi e come escute il credito? Il detentore del token ha legittimazione attiva nei confronti del debitore originale? In quale foro? Con quale diritto applicabile?

Se l’immobile tokenizzato deve essere pignorato per inadempimento dell’emittente, la procedura esecutiva segue le regole del paese in cui l’immobile è situato — non le regole del protocollo blockchain. Il giudice che gestisce la procedura non è tenuto a riconoscere il registro on-chain come prova di proprietà. Il custode delle chiavi private potrebbe non avere gli strumenti giuridici per collaborare con la procedura.

Questi scenari non sono patologici. Sono normali eventi del ciclo di vita di qualsiasi portafoglio di asset reali. Il fatto che la struttura di tokenizzazione non abbia ancora testato questi scenari in modo sistematico — attraverso procedimenti giudiziari reali, non simulazioni — è di per sé un dato rilevante per la valutazione del rischio da parte di qualsiasi investitore istituzionale serio.


L’implicazione per il decisore

Per un CFO, un CIO o un partner VC che valuta l’esposizione a strutture di tokenizzazione di asset reali, le domande rilevanti non sono tecnologiche.

Sul diritto incorporato: il token incorpora un diritto reale diretto, una partecipazione societaria o un diritto contrattuale? Quale dei tre è più robusto nella giurisdizione dell’asset e nella giurisdizione dell’investitore? Qual è il percorso di enforcement in caso di default dell’emittente?

Sulla fiscalità: qual è il trattamento fiscale del trasferimento del token nella giurisdizione dell’investitore? C’è rischio di doppia tassazione con l’asset sottostante? Esiste un ruling preventivo o una posizione dell’amministrazione fiscale competente? Il costo fiscale complessivo della struttura è comparabile con quello di una struttura tradizionale equivalente?

Sulla custodia: chi è il custode delle chiavi private? In quale qualità giuridica? Con quale copertura patrimoniale e assicurativa? Cosa succede al token in caso di insolvenza del custode?

Sulla liquidità reale: esiste un mercato secondario con profondità sufficiente? Qual è lo spread bid-ask osservato nelle transazioni recenti? Il meccanismo di price discovery è trasparente e credibile? La liquidità è strutturale o dipende da market maker che potrebbero ritirarsi?

Sull’enforcement: la struttura è stata testata in scenari di default reali? Esiste giurisprudenza rilevante nella giurisdizione dell’asset? Il prospetto o la documentazione di offerta identifica esplicitamente i rischi giuridici e fiscali?

Se queste domande non hanno risposte documentate e verificabili, la struttura di tokenizzazione non è matura per un’allocazione istituzionale, indipendentemente dalla qualità tecnologica della piattaforma.


Il rischio nascosto

C’è un rischio di secondo livello nella tokenizzazione degli asset reali che raramente viene discusso nelle analisi di mercato: il rischio di cosmesi finanziaria.

La tokenizzazione, in assenza di un quadro giuridico e fiscale risolto, rischia di diventare uno strumento per riconfezionare asset illiquidi e problematici in forme che sembrano più liquide e accessibili di quanto non siano realmente. La tecnologia blockchain aggiunge un layer di apparente trasparenza e trasferibilità che può mascherare la qualità dell’asset sottostante, la solidità della struttura giuridica e la reale liquidità del mercato secondario.

Per un LP che investe in un fondo che a sua volta investe in asset tokenizzati, il rischio non è che la blockchain non funzioni. È che la blockchain funziona perfettamente su un asset che ha problemi giuridici, fiscali o di qualità non immediatamente visibili attraverso il token. La tecnologia può migliorare l’efficienza operativa della gestione di un portafoglio problematico, ma non ne migliora la qualità sottostante.

Questo è il pattern che ci si dovrebbe aspettare nel prossimo ciclo di crisi degli asset tokenizzati: non un collasso tecnologico, ma una serie di eventi di credito su strutture dove la separazione tra la rappresentazione digitale e il diritto reale sottostante diventerà improvvisamente, dolorosamente visibile.


Oltre la blockchain

La tokenizzazione degli asset reali è una tecnologia genuinamente utile per ridurre i costi operativi della gestione di portafogli complessi, migliorare la trasparenza del registro di proprietà e abilitare strutture di frazionamento che potrebbero ampliare la base degli investitori in asset class tradizionalmente accessibili solo a grandi operatori istituzionali.

Ma la trasformazione profonda dell’architettura del capitale — la sostituzione dell’intermediazione istituzionale con protocolli distribuiti aperti — richiede molto di più della tecnologia blockchain. Richiede una riforma coordinata del diritto civile e commerciale per riconoscere il token come veicolo di diritto reale, un quadro fiscale armonizzato a livello sovranazionale, standard di custodia equivalenti a quelli degli asset tradizionali, meccanismi di price discovery credibili per asset illiquidi e una giurisprudenza consolidata sugli scenari di default.

Nessuno di questi elementi è imminente. Alcuni richiedono anni di lavoro legislativo coordinato tra ordinamenti con tradizioni giuridiche profondamente diverse.

La domanda corretta, per chi alloca capitale oggi, non è “possiamo tokenizzare?”. È “la struttura che stiamo considerando è giuridicamente robusta, fiscalmente efficiente, custodita adeguatamente e testata negli scenari avversi?”. Per la maggioranza delle strutture attualmente sul mercato, la risposta onesta è: non ancora.

Domande frequenti
  • Cos’è la tokenizzazione degli asset reali e come funziona tecnicamente?

    La tokenizzazione degli asset reali è il processo di rappresentazione digitale di diritti su asset fisici o finanziari tradizionalmente illiquidi — immobili, crediti, infrastrutture, quote di fondi — mediante token su blockchain o altri registri distribuiti. Sul piano tecnico, un token è un’unità di valore registrata su un protocollo distribuito, governata da uno smart contract che ne definisce i diritti, le condizioni di trasferimento e le eventuali restrizioni. La complessità non è nella tecnologia, che è matura, ma nella struttura giuridica che deve raccordare il token con i diritti reali sull’asset sottostante nel quadro degli ordinamenti civili e fiscali applicabili.

  • Quali sono i principali rischi legali nella tokenizzazione degli asset reali?

    I rischi legali principali riguardano quattro aree: la natura giuridica del token (cosa rappresenta esattamente in termini di diritti per il detentore), la validità del trasferimento del token come atto traslativo del diritto sottostante nell’ordinamento applicabile, la custodia delle chiavi private e la responsabilità giuridica del custode, e l’enforcement in scenari di default. In Italia, come nella maggior parte degli ordinamenti di civil law, il trasferimento di proprietà immobiliare richiede atto notarile e trascrizione nei registri pubblici: nessun protocollo blockchain sostituisce attualmente questi requisiti. Il token può essere uno strumento di tracking o di partecipazione societaria, ma non incorpora autonomamente un diritto reale sull’asset.

  • Come vengono tassati i token che rappresentano asset reali in Italia?

    Il trattamento fiscale in Italia dipende dalla struttura giuridica del token. Se il token rappresenta una quota societaria (SPV), il trasferimento è tassato come cessione di partecipazione. Se configura uno strumento finanziario, si applicano le regole sui capital gain finanziari. Se è classificato come criptoattività ai sensi del D.Lgs. 142/2024, si applica il regime fiscale specifico con aliquota sostitutiva del 26% sulle plusvalenze. Il rischio di doppia tassazione è reale nei casi in cui il token transfer è tassato come evento fiscale autonomo mentre l’asset sottostante genera ulteriori obblighi fiscali (es. imposta di registro su immobili, IRPEF su canoni). In assenza di un ruling preventivo dell’Agenzia delle Entrate, il rischio di riclassificazione resta significativo.

  • La tokenizzazione degli asset reali è regolata da MiCA in Europa?

    MiCA (Markets in Crypto-Assets Regulation, Reg. UE 2023/1114) si applica alle criptoattività che non rientrano nella definizione di strumenti finanziari ai sensi di MiFID II. I token che rappresentano asset reali possono ricadere sotto MiCA come “asset-referenced token” se il loro valore è collegato a più asset, o come token non classificati se il riferimento è a un singolo asset reale. Tuttavia, se il token è strutturato come uno strumento finanziario (es. quota di un fondo regolato, obbligazione), si applica MiFID II e non MiCA. La distinzione è cruciale perché cambia il regime autorizzativo dell’emittente, gli obblighi di prospetto e le restrizioni distributive. In pratica, molte strutture di tokenizzazione di asset reali ricadono nell’area di intersezione tra i due regimi, richiedendo un’analisi di classificazione caso per caso.

  • Perché il mercato secondario degli asset tokenizzati non è ancora liquido?

    La mancanza di liquidità nei mercati secondari degli asset tokenizzati ha cause strutturali che prescindono dalla tecnologia. La frammentazione regolatoria limita geograficamente i potenziali acquirenti: un token classificato come strumento finanziario in Europa non può essere venduto liberamente a investitori americani o asiatici senza conformità locale. L’opacità del prezzo dell’asset sottostante — particolarmente per immobili, crediti e infrastrutture — rende difficile la price discovery del token nel mercato secondario. La massa critica di investitori è ancora insufficiente per generare profondità di book. I market maker, dove presenti, operano con commitment limitati e possono ritirare la liquidità in momenti di stress. Il risultato è che la liquidità promessa dalla tokenizzazione è strutturalmente condizionata da variabili non tecnologiche che richiedono anni per maturare.


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